Transardinia, in mountain bike sul Gennargentu

Sesta Tappa: Seui-Armungia

 

60 chilometri

Dislivello 1410 metri

9 ore totali  

  

Seui 8 Maggio 2004  

Partenza 

Albergo Deidda

Ponticello in pietra sul rio  e'Canna, sotto Seui.

  

 

  

  

Seui e’ uno dei paesi sardi che mi piace di piu’, il centro e’tuttora molto ben conservato, le case alte e strette sono costruite usando lo scisto locale. Attraversando i quartieri, gli stretti vicoli e le scalinate, si vede ancora qualche vecchia bottega artigiana e qualche  antico balcone in legno.

Lungo la strada principale del paese, la via Roma, oltre ai consueti bar, sopravvivono antiche botteghe, nelle quali, vecchie e pittoresche signore vendono oggetti demodè.  Seui e’ un paese isolato , fatica a far valere il suo potenziale turistico, che è veramente notevole. I suoi abitanti sono noti in tutta la Sardegna per la loro abilita’nel commercio e la parsimonia, molti sono andati via, a Cagliari soprattutto, dove hanno aperto botteghe alimentari, bar e ristoranti.  

  

  

  

  

Vicolo di Seui

  

  

  

 

  

 

  

Oggi l’itinerario ci porta fuori dal massiccio del Gennargentu, verso il Salto di Quirra ed il Gerrei, attraversando tavolati spaccati dall’erosione dei fiumi che scorrono impetuosi entro incassate vallate.  Saremo costretti a dei saliscendi continui, dai novecento  metri di Genn'e Mori al guado del Rio San Girolamo, dove speriamo di poter passare. Da li' ancora salita sino all'altipiano di Quirra che ridiscenderemo sino al Flumendosa per poi arrivare finalmente ad Armungia:

Dopo una lauta colazione, Riccardo ci aiuta a fare manutenzione alle mountain bike nel suo attrezzatissimo garage.

Il tempo sembra migliorare, aspettiamo che smetta di piovere e partiamo. All’uscita del paese verso Ussassai, prendiamo la vecchia mulattiera che porta al fiume, è ripida con  tratti da fare su gradoni di roccia, resa viscida dall'umidita': non proprio l'ideale da fare a gambe fredde..  

  

Trial sulla gradonata di scisto  sotto Seui

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

A fine discesa arriviamo al Rio e'Canna, il fiume scorre fra vecchi orti, un tempo preziosi per l’economia del paese e ancora oggi ben mantenuti. Attraversiamo il fiume in piena su un grazioso ponticello in pietra. Qui inizia la prima salita, non abbiamo ancora rotto il fiato e ce la prendiamo con la dovuta calma. Scolliniamo a 900 metri presso Genna e’Mori (stanchi morti davvero), proseguiamo verso Genna Solaxi, tralasciando la sterrata che porta verso Ussassai  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Il Ponticello in pietra sul riu e'Canna  

  

Il paesaggio diventa piu' spoglio, la macchia mediterranea si alterna a boschetti di corbezzolo. Procediamo in direzione Arcu is Crabiolas su una sterrata pianeggiante, arrivati ad un’altra sella chiamata Genna Solaxi, a 800 metri, il panorama diventa notevole, siamo sulla cima di una montagna a forma di dorso d'asino, a destra e sinistra il vuoto, creato da fiumi millenari che hanno scavato profonde gole, alla nostra  sinistra i tacchi di Ulassai, a destra la vedetta di Monte Santa Vittoria con i suoi  1209 metri.

Saliamo ancora sino a raggiungere Genna Argiola, dove troviamo tante pecore, e relativo pastore col quale scambiamo due chiacchiere fuori dal suo un ovile. ( a pensarci dopo c'è sembrato essere una donna!?) Dopo averlo salutato  iniziamo la  bellissima discesa che, in sette chilometri di veloci tornanti ci portera’ al guado del Riu S.Gerolamo.

Un attimo di pausa durante la  salita verso Genna Argiola a quota 800 mt

In un cielo quasi sereno ma invernale, carichi di adrenalina ci lanciamo giu’ velocissimi.

Perdiamo quota e il sole inizia a scaldare, la mulattiera è pietrosa ma in buono stato, ci accompagna il crepitio di ciottoli che schizzano via  al passaggio dei nostri pneumatici. Siamo nel nulla, in una valle ormai disabitata, lungo la discesa passiamo accanto a vecchi ovili abbandonati, una vecchia auto, attrezzi da lavoro, e mentre ci avviciniamo alla fine della discesa, iniziamo a sentire lo scroscio delle acque del fiume.

Ci fermiamo per recuperare lucidita', poi percorriamo l’ultimo tratto sino al fiume, che  dopo l’ovile diventa un ripidissimo e insidioso singletrack..

Il Rio San Gerolamo.Ulassai.

Siamo alla confluenza di due fiumi : a sinistra  il Riu S.Gerolamo, alla nostra destra il Riu Gilisedda. La loro unione forma il Rio Flumineddu, affluente del Flumendosa .

Il nostro sentiero, usato tradizionalmente dai pastori per la transumanze delle greggi, porta in un punto dove il letto del fiume si allarga, abbassando il livello delle acque e consentendo un piu' agevole guado. In sardo un posto cosi' viene chiamato "isca".

Ci rimettiamo in sella e facciamo l’ultimo tratto di sentiero sino al fiume, in mezzo a vegetazione alta, cardi in fiore di due metri e cespugli di mirto. Siamo nel profondo di una gola, in alcuni punti il fiume forma larghe piscine di acqua color smeraldo, le rive sono circondate da oleandri in fiore: è un angolo di paradiso.

Guarda il video del guado

La temperatura e’ di una decina di gradi, c’e’ il sole, l'acqua nel fiume è profonda piu' di un metro e la corrente è molto forte.  Dobbiamo spogliarci completamente per non rischiare di bagnare i vestiti e guadare una volta portando sulle spalle zaini, vestiti e scarpe, l’altra portando le mountain bike.

L’acqua e’ gelata e cerchiamo di guadare in fretta, assecondando la corrente. Bastano pochi secondi in acqua per sentire i crampi ai muscoli e la pelle bruciare dal freddo. Quando arrivo sull'altra sponda del fiume, c'è un argine costruito con grossi massi di pietra e devo lanciare il carico mentre la corrente continua a trascinarmi.

Il terzo guado e’ piu’ impegnativo perche’ con la mountain bike sulle spalle, i piedi che mi bruciano per il freddo ed il fondo sassoso si fa in fretta a perdere l'equilibrio.

Nudi e ghiacciati ma finalmente sull'altra sponda del fiume, seduti su una roccia, ci asciughiamo al sole e mangiamo gli ottimi panini "made in Seui".

Il guado del Rio San Gerolamo.

E' andata bene, un guado impossibile a questo punto avrebbe compromesso i nostri piani: saremmo dovuti ritornare indietro sino a Genna Argiola e passare per Ulassai, facendo mezza giornata in piu’ di viaggio e molta strada asfaltata. Invece si puo’ continuare.

Ora ci attende una ripida mulattiera sino ai 600 metri dell'altipiano di Perdalonga. Su questo versante troviamo frutteti e, piu' su delle belle vigne. Qui, passando davanti ad una vecchia casa di campagna incontriamo una coppia di signori di Ulassai, accettiamo volentieri l'offerta di un caffè, e ci fermiamo a  fare due chiacchiere.  Loro, orgogliosi, ci mostrano il loro piccolo allevamento di cinghiali e maiali, e ci dicono che le loro vigne, vecchie oltre cinquant’anni, contribuiscono a produrre il famoso Cannonau di Ierzu.

  

  

  

  

  

Cinghialetti allevati. Ulassai.

  

  

  

  

  

  

  

  

Arriviamo in cima alla salita, a Funtana Sa Paganna, sfiancati dalla fatica, almeno la vista da qui su e’ molto bella e facciamo qualche foto.  

Siamo sull’altipiano di Perdalonga, coperto da una vegetazione fitta di corbezzolo e querce, e il cui culmine è rappresentato da Bruncu Niada. Grazie al Gps riusciamo ad orientarci in mezzo al labirinto di incroci e a trovare la strada verso  Perdasdefogu.  

Dopo un chilometro di discesa su una  bella mulattiera pietrosa e ripida, troviamo l'asfalto. Innestandoci poi su uno stradelllo tra gli orti del fondovalle, prendiamo la salita finale a tornanti che ci riportera' sull'altipiano di Quirra, attraversando prima pero' il paese di Perdasdefogu. 

La mulattiera che lascia l'altipiano di Perdalonga.

Perdasdefogu.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Il paese e’ anch’esso afflitto, come gli altri che abbiamo attraversato, da un grande isolamento, l’unica scelta intrapresa  per evitare lo spopolamento selvaggio e’stata la apertura di una base militare Nato che include un poligono di tiro. Attraversando  il paese ci rilassiamo qualche minuto in uno dei tanti bar. 

Passiamo davanti alla base Nato velocemente e proseguiamo sulla strada che gli gira intorno, poi prendiamo la strada asfaltata che porta all’altopiano del Salto di Quirra, che nonostante il nome evocativo, e’ una delle zone piu’aride e inospitali che si possano attraversare in Sardegna. Solo qualche cespuglio di cisto riesce ad attecchire e per chilometri e chilometri non si vede un albero. Forse per questo motivo e’ stato piu’ facile negli anni ‘60 accettare l'insediamento militare, qui non e’ infrequente incrociare mezzi militari, anche carri armati, che rientrano dalle esercitazioni di tiro.

E pensare che nel secolo scorso il La Marmora, nel suo libro "Voyage en Sardaigne", parlando dell'altipiano  descrive l'esistenza di una delle Foreste piu' rigogliose dell'isola, ricca di ogni genere di selvaggina.

Sono sette i chilometri di monotona strada asfaltata, che percorriamo quasi assorti dal mantra del nostro ritmo respiratorio. Lo splendido panorama ci riporta alla realtà, cominciamo a scendere, a sudest, dopo tanti giorni, si vede di nuovo il mare. Arrivati a un incrocio con due strade sterrate, riconoscibile per la presenza di un posto di blocco abbandonato, inizia la discesa , e qui arriva il bello.

Iniziamo la discesa col cielo che inizia a scurirsi, un chilometro e mezzo dopo troviamo un ovile malandato, peccato perche’ la zona intorno e’ molto bella, siamo in localita' Gruttas e'piscus.Intorno a noi ci sono formazioni rocciose piatte, lunghe e orizzontali di arenaria chiara, dove sembra ci siano grotte e antiche sepolture. Lungo la strada c'e' anche un pittoresco camion abbandonato, ci fermiamo a fare qualche foto, sembra di essere lontani da tutto in una terra dimenticata.

 

  

Camion abbandonato in localita' Gruttas e' Piscus, magari chiediamo un passaggio! 

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Da Gruttas e' Piscus proseguiamo su una mulattiera malridotta e rovinata dall'acqua sino a Funtana Tupp'e Orroli, porta d'ingresso dell'altro altipiano piu' basso e boscoso di Murdega. Qui alla nostra destra c'è l'ampia piana di Cea Manna, con filari di giovani alberelli a perdita d'occhio, segno di un recente rimboschimento. Su questa piccola pianura troviamo i segni della antica presenza dell'uomo, incontriamo una vecchia fattoria bella e abbandonata e dei campi coltivati. Il paesaggio è senz'altro bello, mentre il sole continua  a scendere, i colori sono meno accesi e i contrasti piu' netti, con profili che appaiono ora piu’ dolci, ed  il grano nei campi che  inizia dorarsi.

  

  

Pare Toscana, invece siamo a Ballao, a Cea Manna.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Ad ovest c'è la profonda valle del Flumendosa, la strada corre lungo il margine dell'altipiano ma noi, anzichè scendere verso Ballao sulla strada asfaltata, al bivio di Brecca de su Sessini Mannu, restiamo a Murdega.

La sterrata è in ottime condizioni, sale lievemente seguendo una alta parete di rocce levigate, affianco alla strada un torrente scorre nel suo alveo liscio di roccia rosa. Licheni e piantine grasse rosa  ricoprono i numerosi tavolati di arenaria, poi dietro un tornante, nascosta, un'altra sorpresa, una pinnetta antica, ricavata sfruttando una grotta sotto la falesia.                                                                                    

La spettacolare pianura di Cea Manna. Ballao.

Ci fermiamo a visitarla, e penso con rispetto e meraviglia a chi  ha abitato per secoli questi luoghi, alla semplicita’ e alla durezza di quella vita. La cima della collina che sovrasta l'ovile si chiama punta Giuanni Coccu, probabilmente il nome del capo famiglia che abitava questa zona tanti tanti anni fa…

La strada sale di nuovo di quota e siamo di nuovo a 530 metri, sulla destra la profonda vallata del Flumendosa, oltre, l’altipiano opposto e quasi speculare di Villasalto, con il paese ben visibile, piu’sotto Armungia, nostra destinazione, ancora piu’in là la sagoma del monte Genis e di Punta Serpeddi’, ultime montagne da scavalcare prima dell’arrivo a Cagliari.

  

La sterrata spettacolare corre lungo una falesia ai margini dell' altipiano di Murdega. Ballao.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Lasciamo la sterrata e prendiamo una mulattiera che inizialmente scorre su delle bellissime rocce tavolari di arenaria, ormai siamo arrivati ad un altro antichissimo ovile detto cuile s’ilixi ucci (il leccio dolce). La vecchia casetta e’ dimora di un folto gruppo di maiali selvatici che prima fuggono veloci, poi si avvicinano in massa  quando gli offriamo una barretta energetica.

  

  

Ci intrateniamo con i nuovi abitanti dell'ovile de s'ilixi ucci.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Ormai siamo alla fine della salita, ci rimane davanti una lunga ed emozionante discesa sino al ponte sul Flumendosa: sei chilometri di tornanti stretti, a  picco sulla vallata, senza guard-rail di protezione ovviamente.

Ci lanciamo lungo questi cinquecento metri di dislivello, godendoci il panorama della vallata con i colori sfumati del tramonto: che discesa indimenticabile!

Arriviamo al fiume Flumendosa che e’ bello gonfio ma stavolta non c'è problema perche’ passiamo su un vero ponte. Ci immettiamo sulla strada vecchia per Armungia, sovrastata dal cavalcavia dove scorre la nuovissima strada Ballao-San Vito e ci apprestiamo a compiere l'ultima fatica della giornata: 300 metri di dislivello ci separano dall'albergo. Proprio all’inizio della salita incontriamo un pastore di Armungia che seduto sulla sua Ape 50 vigila su un piccolo gregge di capre, ci fermiamo a scambiare due battute e proseguiamo sulla nostra strada.

  

Panorama sulla valle del Flumendosa vista dall'altipiano di Murdega.Armungia.

  

  

  

  

  

  

  

  

  

  

Pochi minuti dopo sentiamo il rumore dell’ Ape che si avvicina: Max ed Io abbiamo il tempo di scambiarci un occhiata di intesa e in un attimo siamo attaccati al cassone uno per lato, continuando a pedalare per alleviare  lo sforzo della povera motocarrozzella scarburata, mentre il nostro amico pastore acconsente.

Ormai e’ buio e con questo colpo di fortuna riusciamo ad arrivare  davanti all'albergo alle 21 in punto. Proviamo a sdebitarci con qualche birretta, ma il nostro benefattore non beve mai prima di cena, caso raro da queste parti. Peccato, avremmo avuto motivo di brindare, essendo anche arrivati a destinazione per la prima volta completamente asciutti.

Non siamo mai stati a dormire da queste parti, ma ”L’antica locanda del carabiniere” pare davvero un ottima scelta. Si tratta di un antica stazione dei Carabinieri, una palazzina in pietra ben ristrutturata, dove ancora si possono scorgere i segni del precedente utilizzo, come la prigione accanto all'ingresso. L'ampia sala ristorante ha i muri con l'antica pietra a vista e su un lato domina un gran bel camino.

la locanda del carabiniere armungia

  

  

  

  

L'antica locanda del carabiniere. Armungia.

  

  

  

  

  

  

  

  

La signora Lina che lo gestisce ci accoglie caldamente, notiamo che e’ gia’ tutto pronto, la tavola e’ apparecchiata con una bella tovaglia, e sui piatti di porcellana ci aspetta una gran varietà di antipasti. Noi siamo cosi' affamati che rimandiamo la doccia e il lavaggio delle mountain bike al dopocena .

La cena e’ ottima ed abbondante, e la signora Lina ci fa sentire subito "di casa", tant'è che dopo averci assegnato  la “ camera  del maresciallo” ci lascia la locanda a disposizione e se ne va a casa sua. Abbiamo delle camere veramente accoglienti, con tv, riscaldamento ed un vero bagno, la fatica è quasi dimenticata.

 

 

 

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Murdega

Privo di selva alta, e per gran parte anche di quella bassa, questo stranissimo altipiano dai bordi ameboidi (come quelli del vicino ma piu' elevato Salto di Quirra) appartiene meta' ad Armungia e meta' a Ballao. Sorse da un basso mare dell'Eocene dove si sono formate le areno-quarziti globulari. I millenni ne hanno tafonato e bucherellato bizzarramente ogni centimetro, e sembra che il mare siasi ritirato stamane, esponendo all'ammirazione le caverne di ogni dimensione e il luccichio d'una incantata seminagione di candidissime pietre, incastonate nelle rocce e sciorinate nei sentieri.

Il tavolato misura circa 7 kmq., compresa l'esile appendice di Perda Lada-Pranu Lettus, e la sua storia naturale è scritta dagli stessi toponimi. Brecca (roccia fratturata di netto), Grutta Manna (grotta grande), s'Omu e s'abis (casa delle api ossia l'alveare) parlano del maquillage che l'altipiano ha ricevuto dalle meteore, Terr'Abra (terra bianca) parla della cementazione argillosa e carbonatica che trattiene i globuli tra gli scheletri della fauna marina; Bau Sa Teula (guado del tavolato), Pranu is Brebeis (tavolato delle pecore), Feudraniu (fieno di palude) ricordano la natura perfettamente orizzontale della contrada; Sa Mola, (la mola), Tedile (cercine), Perda Lada (sasso piatto), Pranu e' Lettus (tavolato dei letti) evidenziano i catafalchi rocciosi che riempiono il tavolato, presentandolo quasi come una gigantesca "camerata" piena di mastodontici "letti"originata dallo strato superiore delle arenarie erose in gran parte, che hano lasciato una congerie di monumenti naturali alti quattro, cinque metri, talora venti metri ( a trenta metri stanno i veri e propri poggi).

Salvatore Dedola